Credits: Michele Morelli

E così l’anno fatidico è arrivato, e oggi, 19 gennaio, Matera inaugura ufficialmente il suo anno “da Capitale”. Vivremo un anno esaltante, intenso, frenetico in cui gli occhi del mondo guarderanno a questa città e a questo territorio oscillando fra la retorica della vergogna e del mondo contadino e quella del riscatto e del “mondo nuovo” della tecnologia e del futuro aperto; fra immagini da cartolina e analisi spietate; fra impegno coraggioso, duro lavoro, originale proposta e sterile polemica di vita consumata sulle tastiere nell’illusione di assolvere la propria pochezza. Ma sarà un anno da Capitale, l’anno di Matera, il nostro anno, punto di arrivo e punto di origine per la storia di questa città e dei suoi abitanti, da cui nel bene e nel male non si potrà mai più prescindere e certamente chi verrà dopo di noi leggerà e conterà più aspetti positivi che negativi e forse si ricrederà e si pentirà del proprio disincanto. Abbiamo tutti un obbligo morale e una responsabilità storica nel vivere al meglio un anno “da Capitale”.
L’anno che si apre oggi è anche l’ultimo di dieci anni di sogni e speranze, di lavoro e delusioni da quando nel luglio del 2008 come Associazione Matera2019 – su www.associazionematera2019.it la nostra storia – avviammo da pazzi e sconsiderati che eravamo il percorso che avrebbe portato Matera a diventare Capitale europea della cultura. Pazzia e sconsideratezza, ma anche lucida consapevolezza delle radici profonde della nostra cultura, della enorme eredità che la sorte ci ha sfidato a proteggere e tramandare, della grande opportunità che quel percorso avrebbe potuto rappresentare per il futuro e la vita di una intera comunità. Abbiamo avuto ragione a crederci, ma non vogliamo rivendicare meriti di primogenitura né togliere merito ad altri, tutti gli altri, che hanno faticosamente collaborato a questo risultato: da questi dieci anni di lavoro, senza denari, sovente ignorati, a volte maltrattati, mai servi sciocchi e sempre liberi, la lezione più grande che vale per noi come per tutti è nella concreta possibilità che persone comuni, cittadini sensibili e responsabili, competenze diffuse possano trovare una strada – la strada – di un impegno comune, per la costruzione della casa comune, con la cura della propria casa che ciascuno ha e deve avere. Non dunque solo “l’idea” iniziale, ma un progetto di convivenza civile e democratica, un programma di sviluppo sociale e di partecipazione civile che ha continuato a svolgersi prima con la proposta e la promozione della candidatura, poi con il lavoro di riflessione, di analisi su quanto su altri tavoli e altri metodi si andava decidendo, e poi ancora sviluppando una strategia di innovazione sociale fondata sulla considerazione e sulla centralità dei beni comuni e su un cambio di paradigma nel rapporto fra cittadino e amministrazione pubblica; infine avviando in perfetta coerenza un programma incentrato sul concetto di cura e sul rapporto fra fragilità – dell’economia, del territorio, della tenuta sociale, della politica – e del suo vero contrario in contrapposizione all’abusata e nefasta ideologia della resilienza: l’antifragilità, antidoto concreto ed efficace, azione positiva e lungimirante di sostegno, manutenzione, risoluzione di ciò che è fragile e non certo considerazione estetica del disagio degli altri dall’alto delle sicurezze e dei propri privilegi di élite. Ecco, dieci anni di lavoro vero, dieci anni degni di una Capitale, di cui andiamo e andremo sempre orgogliosi.
Certo non ci basta; in tanti lo dicono e in molti di meno ci lavorano. Qual è l’eredità per questa Capitale? Che ne resterà? Resterà molto, perché non si diventa Capitale per caso e perché questo percorso ha già cambiato la nostra storia: il non vedere più un futuro è diventato sete di futuro, che è la premessa essenziale alla visione e al progetto; la perdita di identità e di memoria collettiva è diventata leva formidabile di orgoglio e determinazione, di senso di appartenenza e di assunzione di responsabilità. Da qui verranno le strade che mancano o i servizi carenti; da qui la gente si riapproprierà della politica e farà grande Politica. Da qui si trarrà l’energia necessaria a respingere l’arroganza e l’abuso. Da qui l’eredità vera per le nuove generazioni e quelle che verranno e non l’ennesima provvista per taluni che già o ancora una volta si candidano a gestire una volta di più il nostro futuro. È questa la cultura di una Capitale, e vale per i prossimi cento anni.

Vito Epifania
vice presidente Associazione Matera2019
L’articolo è stato originariamente pubblicato sul Quotidiano della Basilicata e successivamente sui social e sul web.

Nella foto, il “brindisi per Matera Capitale” promosso dall’associazione nella serata di sabato 19 gennaio, giornata inaugurale dell’anno da “Capitale”

Matera. Uno, dieci, cento anni da Capitale!*

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